Maledetto

Mentalmente non siamo portati a pensare al peggio che può succedere, anche perché, sarebbe difficile campare.

Nessuno si sarebbe aspettato che un giorno ti piovesse addosso una batosta simile, o meglio nessuno ci ha pensato credo mai.

Io per primo, ho sempre pensato a domani in bene.

Ho sentito tante volte il terremoto, tante, me ne ricordo 3 in particolar modo abbastanza nitide.

La prima da piccolo, in piena notte, ero a dormire al piano alto di casa. Per arrivarci c’era un vano scale, che ora non c’è più dopo la ristrutturazione del 1976, ma che è visibile in qualche foto vecchia.

Beh quelle scale erano una specie di scala a chiocciola, in legno, e ricordo che più o meno a metà c’era un buco su un alzata di un gradino, all’altezza del soffitto del tetto di casa più basso, normalmente il buco era chiuso con un cuneo di legno.

Mio Zio Attilio, lo usava per far entrare all’interno del sottotetto di casa bassa il gatto di casa, che era una gatta bellissima bianca e nera e che si chiamava carolina.

Una volta fatta entrare richiudeva il buco con il cuneo e carolina stava li dentro per due o tre giorni.

Pulizia etnica dei topetti sottotetto, pure quello era un gioco con Zio.

Stavamo dormendo, ed all’improvviso, arriva una botta che levati.

Scappiamo giù, o meglio ci fanno scappare perché,  stiamo parlando che avevamo 6/7 anni, e via giù per le scale che scendevano fino ad arrivare ad una porta che si apriva vicino al vecchio camino di casa.

La cosa che non potrò mai dimenticare e che conservo nitida dentro di me, era che mentre correvo giù per le scale, i travetti di legno che reggevano le stesse ed erano infissi dentro il muro, entravano ed uscivano dallo stesso, creando una fessura tra la scala e la parete. E io che scendevo di corsa con gli occhi puntati li.

Usciti in mezzo alla piazza, nel frattempo erano arrivati anche tutti gli altri, c’erano dei grossi pali in mezzo alla piazza, faceva un freddo boia, e io stavo seduto li su quei travi tremando dal freddo e dalla paura, mentre tutti, per prima mia Zia Agata, chiamava mio Zio Attilio che era l’unico che non era uscito da casa e che non voleva uscire.

Mi ricordo l’alba seduto lì, forse la prima che ho visto, anzi sicuramente la prima, tanto freddo, e un senso di smarrimento assoluto.

La seconda, d’estate, in pieno giorno dopo mangiato, eravamo scesi in piazza, più o meno avremo avuto 10/12 anni,  io, Claudio, Carletto e non mi ricordo se c’era Marco e qualcun altro.

Erano le 14 più o meno, faceva un caldo pazzesco, sulla parete del pagliaio di Biagio, quella sulla piazzetta, c’erano delle travi di castagno, di quelli ignoranti grossi, accatastati uno sopra l’altro, e li a quell’ ora c’è l’ombra.

Ci eravamo andati a sedere li, sulle travi, con le spalle appoggiate al muro del pagliaio, al fresco.

All’improvviso, il muro cominciò a darci schiaffi sulla schiena, ma schiaffi seri.

Il primo istinto fu quello di correre in mezzo alla piazza, a quel tempo a quell’età la salita di Colle di corsa era una passeggiata, correvamo.

E qui si verifica l’indelebile, assurdo, che ti levava il fiato.

Dal muro del pagliaio di Biagio al centro della piazza saranno 35/40 metri, beh non invito nessuno a farli correndo, con la sensazione che quando poggi il piede per terra a darti la spinta non trovi il terreno e ti sembra di mettere un piede nel vuoto.

Assurdo, un groppo in gola da non augurare a nessuno.

La terza forse per situazione, la peggio di tutte, perchè non immaginabile, piu o meno avevo 17/18 anni, ero andato per funghi, da solo.

Salito a metà costa stavo dentro un pezzo di macchia giovane, cerri dal tronco non grande, ma abbastanza alti.

Arriva la scossa, non avevo mai avuto un esperienza simile prima, e se qualcuno mi avesse chiesto, seduti in mezzo alla piazza di Colle se per caso, mi fossi trovato in quella situazione, che avrei pensato, gli avrei risposto tranquillamente, “vabbè dai che problema c’è, se non ti si apre la terra sotto i piedi non succede nulla”.

Non è proprio cosi, ………. per niente proprio.

Provate a prendere un arbusto alto un paio di metri, afferratelo alla base e scuotetelo bello forte, osservate il movimento del fusto, stiamo parlando di due metri, osservate il comportamento, come ondeggia, di quanto si sposta in laterale la cima.

Beh moltiplicate il tutto per 30/40 alberi, altezza media 5/6 metri, aggiungeteci i rami orizzontali e immaginate che si piegano uno in un verso, ed uno in un altro incrociandosi in alto, provocando rumori fortissimi di stridii e rotture di rami o che si spezzino a metà, provate ad immaginare che piegandosi ed oscillando si intrecciano sopra di te e ti coprono la luce facendoti piombare improvvisamente al buio e subito dopo ti ritrovi di nuovo in piena luce mentre la terra ti trema sotto i piedi.

Non ho nessuna difficoltà a dire che me la sono fatta sotto, inginocchiandomi a terra accucciato con le braccia sopra la testa, a ripararmi da che? Che se si spezzava un fusto mi avrebbe frantumato prendendomi.

L’ho sentito il terremoto, lo conosco, ed ho paura.

Quella sera, quella maledetta sera, stavo aspettando mio figlio che veniva da Roma, sarebbe partito dopo finito il lavoro, ero sveglio. Avvisa che è arrivato e sta a Torrita.

OK, va bene, ma tanto sto sveglio lo stesso.

Verso le 3 sento vocii in mezzo alla piazza di Colle, mi affaccio e li vedo tutti li sulle panchine davanti al campanile, borbotto tra me e me, ma ok stanno li.

Alle 3:30 Axel che sta dormendo nel suo lettino si alza all’improvviso abbaiando, violentemente, correndo verso la porta di ingresso di casa di sopra, non è un comportamento usuale da parte sua.

Lo richiamo pure duramente, cavolo svegli tutto il paese così, torna sul suo lettino si mette giù ringhiando.

In quel momento a tutto pensi, sarà passato qualche animale o un altro cane vicino casa, avrà sentito qualcosa, pensi a tutto, non a quello che sta per succedere.

Poco dopo arriva quel bastardo, violento, assurdamente troppo più forte di te, che non ti permette di fare niente, e ti mette in condizione di ragionare a fatica.

Cerco di spingere Claudia dentro l’arcata della finestra, ma non ci riesco, mi tiro su e mi ributta giù sul letto sto bastardo, allora provo a spingerla con i piedi sempre verso l’arcata della finestra, mentre lei in pieno panico grida.

Cerchi di fare qualcosa mentre nella testa ti gira e rigira, mo finisce, mo finisce.

E invece non finisce mai, rallenta e poi ricomincia forse più forte di prima, non lo so, non riesco a ricordare bene, come per dire, ancora in piedi stai? Ti ho detto che devi venire giù.

Finalmente finisce, esci fuori, cosi come stai, esci fuori di nuovo in mezzo alla piazza, come tanto tempo fa, fortunatamente non fa freddo, o forse lo fa, ma non lo senti.

Rientri dentro per prendere qualcosa, scarpe, pantaloni, qualcosa, quello che riesci a prendere nel minor tempo possibile.

Ritorni in mezzo alla piazza, c’è paura c’è terrore.

Cerchi di calmare la gente, cerchi di rassicurare, ma dentro di te pensi, è finita?

Lo speri.

E invece no, dopo poco arriva un’altra botta, prendi sposti e fai spostare le macchine da sotto le case e le porti fuori dove non possa rimanere bloccato, fai uscire fuori dal paese la gente, cerchi di portarli in un posto sicuro.

Raggruppati tutti li, ti metti a guardarli in faccia, chi c’è e chi manca, e se manca, ndo sta?

Non c’è luce, i telefoni non funzionano, non sai che sta succedendo intorno, chi piange, chi sta fermo da una parte e guarda per terra, chi cammina inebetito guardandosi intorno.

Senti tonfi qua e la, e quando arriva a luce del giorno, dove senti il tonfo vedi alzarsi una nuvola di polvere.

Mi hai massacrato maledetto, mi hai levato parenti, amici, case, gioia, bellezza, serenità ed età.

Mi hai fatto male, malissimo, ma io non mollo, parto da solo e vengo li, per respirare il MIO paese, per vederlo, per accarezzarlo ferito.

Video di Andrea Capizzi

Farò di tutto per farti rinascere, ……………… io sono Colle.

 

Gianni

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